SITO WEB IN AGGIORNAMENTO


Gli Indochine sono l’unica band new wave-alternative francese ad aver venduto più di dieci milioni di dischi dai primi anni '80. Non è uno sterile numero da sbandierare, bensì un dato interessante, essendo la cultura musicale francese da sempre legata alla figura dello chansonnier. Le prime band capaci di ottenere consensi considerevoli sono emerse solo a fine anni Settanta, incredibilmente in ritardo rispetto non solo alla scena inglese, ma anche a quella italiana.

Il chitarrista Dominique Nicolas e il cantante Nicola Sirkis si incontrano nel 1980, quando entrano nelgli Espions, rock-band parigina destinata a sciogliersi senza lasciare traccia. La loro permanenza nella formazione è molto breve, perché nessuno dei due si trova a proprio agio. Decidono così di dare vita a un nuovo progetto. Presto il sassofonista Dimitri Bodiansky, conosciuto tramite un’amica comune, si aggiunge al duo.

La band, sensibile alle sonorità britanniche, comincia a scrivere brani  impostati su strutture semplici e ripetitive. Il 29 settembre il debutto dal vivo al Rose Bonbon, locale di culto per la new wave locale, in cui militarono anche Taxi Girl, Suicide Romeo e Artefact. Gli Indochine avevano però dalla loro un leader di grande carisma. Sfoggiando abiti improbabili con evidenti richami alle uniformi dei regimi anni '30, ma soprattutto una voce nervosa e potente, capace di mettere in risalto melodie ancora scheletriche, Nicola attira presto l'attenzione del giovane produttore Didier Guinochet.
Il contratto con una succursale della Bmg è il loro primo step importante. All’inizio del 1982 il 45 giri “Dizzidence politik” è nei negozi e in copertina la scritta Indochine, sopra l’espressione enigmatica e un po’ insicura del trio. Il brano passa in silenzio, ma la band non si scoraggia e prende a bordo Stéphane, gemello di Nicola, che si alternerà fra tastiere e chitarre. 

In quegli anni era una scommesa per le band rimanere sulla cresta dell’onda rispetto a un artista solista, gli scioglimenti prematuri e le carriere erano difficilmente più lunghe di una decade. È anche questo che rende gli Indochine tanto significativi: hanno sfidato una corrente musicale sfavorevole riuscendo a imporsi e a diventare una delle icone degli anni '80. Sono poi sopravvissuti a un decennio, i '90, in cui tutto sembrava istigare i loro colleghi a gettare la spugna, per poi rinascere nel 2002 fino a oggi, con 12 studio album, 9 live ed una interessante videografia che corona gli innumerevoli premi e riconoscimenti in tutto il mondo. Sempre proponendo un pop-rock di qualità e al passo coi tempi, attraversandone i mutamenti stilistici e accettandone le sfide senza mai adagiarsi sugli allori. 

Il loro ultimo album in studio "Black City Parade" risale al 2013, oramai siamo in piena parabola del rock più ricercato. e include il singolo "College Boy", Il cui video mette in crisi la Francia con al seguito una valanga incontrollata di polemiche che spingono YOUTUBE a censurarne per quasi un anno la versione integrale che vedrete in coda all'articolo.  In Francia l'Authority dell'audiovisivo (Csa), pensa a un divieto nelle ore diurne per i minori di 16 o 18 anni: "È insopportabile mostrare una tale violenza, non si denuncia la violenza mostrando la violenza. Ne abbiamo abbastanza di questa moda". In soldoni si tentava di  proporre e legittimare la teoria del silenzio, come da protocollo.


Il video, diretto dal regista canadese Xavier Dolan ('Les amours imaginaires', 2010), è indiscutibilmente un capolavoro dell'mmagine creativa, sostenuto da una "insopportabile"  potenza narrativa con cui veicola un messaggio contro il bullismo, la discriminazione e la xenofobia in ambito scolastico, ma io aggiungerei non solo nella scuola.  Le molestie del gruppo contro un loro compagno cominciano in modo "soft", con il lancio di pallottole di carta tra i banchi mentre l'insegnante ignara scrive alla lavagna. C'è quindi una progressione di atti di violenza: dall'armadietto sabotato, alla palla scaraventata in pieno volto e lo spintone giù dalle scale fino ai calci e pugni. La scena finale è la più cruda: il ragazzo in fin di vita, con il viso coperto di sangue, viene inchiodato su una croce di legno e diventa il bersaglio dei suoi compagni che cominciano a sparargli contro con kalashnikov, fucili e pistole.

Nessuno interviene, chi sta intorno ha simbolicamente gli occhi bendati e continua a giocare piuttosto che affrontare l'atroce realtà.

Dolan commenta: "La questione non è chiedersi perchè mi sono spinto così in là ma che cosa impedirebbe a un gruppo di studenti di spingersi fino a quel punto quando le lobbying di armi negli Stati Uniti sono così potenti. È la mia visione nord-americana ma tante persone vengono lapidate ovunque".  "Dire che questo video incita alla violenza è stupido e sarebbe assurdo censurarlo". E conclude: "Non c'è alcuna ambiguità nel messaggio di non-violenza del videoclip, che è chiarissimo Per chi ha la volontà e il coraggio di guardarsi intorno".  Nessuno interviene, chi sta intorno ha simbolicamente gli occhi bendati e continua a giocare piuttosto che affrontare l'atroce realtà.

Una piaga che continua a collezionare vittime ogni anno nel mondo e che Dolan racconta tramite scene d’una violenza come ho scritto sopra al limite del "sopportabile", con tanto di crocifissione, plotone d’esecuzione e adulti bendati che fingono di non vedere, in una oscura metafora centrata alla perfezione, purtroppo verosimile anche se apparentemente esagerata. Nicola canta: “Comprendo che è dura essere diversi  per queste persone, quando sarò più sicuro di me, un po’ meno fragile, tutto funzionerà"

In prima persona ho subìto il bullismo catto-etero-sessista negli ambienti scolastici e non solo, e proprio per questo ho ritenuto importante che la scelta del "video natalizio" di Musikstory Box percorresse questa direzione, quella della riflessione, per quanto poco di moda negli ultimi anni. "College Boy" è un invito accorato, reale, veicolato attraverso l'arte, un'opportunità per fare un vero regalo a voi stessi....riflettere, fino a spingervi nell'immaginare che il protagonista di questo video,  potrebbe essere un vostro figlio, un fratello, una sorella, una persona a voi cara. Riflettere su che tipo di mondo vogliamo per noi e per loro, e se ogni giorno abbiamo fatto abbastanza per educare questa società, nonchè il vicino di casa, i vostri figli, alla cultura dell'accoglienza e del rispetto del "diverso" da sè. Al senso di uguaglianza e di giustizia sociale, che la strategia del nemico promossa da chi ci vorrebbe tutti uguali e in silenzio. Quel sistema che ha preso in possesso le chiavi delle nostre menti e del nostro pensiero. Per vivere le nostre vite, la nostra autonomia, la nostra libertà di essere e di esserci, non dobbiamo chiedere il permesso a nessuno.

Ecco, questo sarebbe uno slogan davvero rivoluzionario da accompagnare ai tradizionali rituali che illuminano di sterili luci queste festività. Riflettendo onestamente su cosa festeggiare e cosa contrastare con tutte le nostre forze, ogni istante della nostra vita.

di Laura Denu


0 commenti:

Posta un commento