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Un album completo e allo stesso tempo incompiuto. E a suo modo anche definitivo.

Rattle that Lock così come The Endless River, l’ultima fatica in studio dei Pink Floyd, ha le luci – tante - e le ombre – poche - del congedo, tappeti sonori di rarissima eleganza formale che suonano come un: qui si è arrivati, non chiedete altro più. Alla soglia della sua settantesima primavera David Gilmour batte il ferro ancora bollente della recente pubblicazione - un anno fa - del capitolo finale della saga Pink Floyd e regala al pubblico un delicato affresco musicale da viale del tramonto.


La cosa che più si apprezza di Rattle that Lock è che a differenza di Endless River non è un prodotto solo ad uso e consumo dei fans del nostro. Il chitarrista si affida alla produzione di un sempreverde Phil Manzanera, il cui apporto è talmente connotante, talmente ispirato e perfino divertito che si potrebbe azzardare a definire l’album quasi come un prodotto a quattro mani. Nello scorrere dei brani si sente, e tanto, che le gambe su cui si reggono le note escono dal cappello magico di entrambi i prestigiatori. E quindi se Rattle non è certamente il disco più importante del 2015 (quali lo sono?) è certamente uno dei più estetici e performanti.

La macchina Gilmour forgia dieci brani canonici e altrettanto canoniche sono le risposte che l’ascoltatore vuol sentirsi suonare, ma c’è anche qualche cosa in più. Brani come 5 A.M. e And Them, che partono da un unico tema e che sono l’alfa e l’omega del disco, sono degli strumentali più lealisti del re. Il biglietto da visita di quel chitarrismo di metallo liquido che è lo stile eterno e inequivocabile di Gilmour. In mezzo otto pezzi che sono pennellate di tutta la storia pittorica di mezzo secolo di carriera. Tinte di decadentismo romantico, echi di folk centroeuropeo (il dark deutsch di Faces of stone), tonalità cosmiche, refrain beatlesiani (Dancing Right in Front of Me) ma anche il tempo di qualche caduta di tono.


Poco, molto poco, si apprezza la title track che non rende davvero l’onore ad un album più che pregevole in quasi tutte le tracce, e che sembra una b-sides di un Bryan Ferry spiaggiato, mentre il blues jazz di The Girl in the Yellow Dress è fin troppo scolastico, imbrillantinato e autocompiaciuto che vedremmo più incastonato in un disco di Chris Rea che non di Gil. A Boat of Lies Waiting guarda più alla costa ovest che alle scogliere di Dover, e qui si sente l’amicizia pluridecennale che unisce i due David, Crosby&Gilmour, mentre nella citata Dancing Right, brano superficiale solo a un primo ascolto, l’autore passa da un acquerello mccartneyano ad un bridge chitarristico che è nuovo riflesso del lato oscuro della Luna e ci regala perfino un simpatico controtempo jazzy.

A partire da In Any Tongue entriamo nell’energia più gilmouriana dell’album, il brano apre una serie di tracce (Beauty, la mediocre The Girl, Today e il finale di And Then) che molto piaceranno a chi ha amato A Momentary Lapse of Reason. In Any Tongue è uno dei più intensi ed ispirati pezzi dell’intera carriera di Gilmour, e la voce, dolcemente invecchiata, regala brividi lungo la schiena. Beauty è un pezzo strumentale, perfettamente automobilistico, che avrebbe potuto essere sviluppato con tempi più lunghi e lascia un poco di asciutto nel palato, mentre Today, uno dei singoli che tirano il disco, è una piacevolissima ballad, “commercialmente colta”.


Una cinquantina di minuti di album che, terminato l’ascolto, lasciano la sensazione che qualche tassello in più avrebbe potuto essere inserito: non fanno certo piacere agli estimatori dell’universo Floyd i brani che si chiudono con lo sfumato. Con Rattle that Lock si osa meno che con il precedente On a Island (2008), ma si gode comunque molto di più.