"Anastasis", la resurrezione dei Dead Can Dance


Il duo musicale world-fusion/etno-dark anglo-australiano nasce a Melbourne (Australia) nel 1981, si scioglie nel 1998. Lo storico di musica australiana Ian McFarlane ha descritto l'opera dei DCD come dei "paesaggi sonori di incommensurabile grandezza e solenne bellezza; percussioni africane, folk celtico, canti gregoriani, mantra mediorientali e art rock."

"Anastasis"(2012), dal greco Resurrezione, è appunto l'album della reunion, nonchè il più rivoluzionario della band. Un album di sorprendente rigenerazione della leggendaria bellezza, la potenza e la natura affascinante e visionaria del duo australiano, che risulta più audace, più forte, più sicuro di sé nella sua interpretazione. Non c'è nessuna altra forza musicale sul pianeta che combini così facilmente lo spirituale legato alla terra attraverso la musica, che percorre liberamente i tempi tra i continenti.

C'è qualcosa di insuperabile circa la combinazione di queste due menti musicali, indubbiamnte forze esplosive della natura a tutti gli effetti. I DCD abbracciano "la fede" e le speranze dell'umanità, attraverso i suoi limiti, le debolezze e le abitudini.

"Children of the Sun", che apre l'album, è sin dai primi dei suoi sette minuti e mezzo che si consacra come il pezzo top, forse uno dei migliori scritti dal duo: la voce senza tempo di Perry è una marcia rinascimentale imperniata su un profondo tappeto monocorde, attorno a cui si avvolgono e si riconducono tutte le melodie che compongono la canzone, quasi come stanze separate ma allo stesso tempo incatenate tutte a quell’unico, solido stipite che è costretto a cedere soltanto due volte, la prima sospinto dall’innalzarsi della voce in un impeto liberatorio, la seconda a seguito delle trombe che irrompono in un crescendo grandioso. Una canzone imponente, la più adatta per celebrare un ritorno atteso ed consacrato, sicuramente destinato a fissarsi nella memoria.

"Anabasis", pervasa di mistero orientale, scandita da un ossessivo 4/4 su cui si liberano violini e liuti orientali, mentre la voce inequivocabile di Lisa Gerrard, immune al tempo, produce imperscrutabili intarsi. I rintocchi metallici dell’hang drum e visioni che rimandano alle influenze orientaleggianti della prima Kate Bush (come in Egypt). Altre due canzoni saranno decisamente legate alla tradizione musicale araba:

"Agape" che inizia subito con complicati intrecci violinistici di scale arabe, e "Kiko", minacciosa e affascinante nei suoi tempi dispari percossi come in un rituale arcano e nei bassi. Il legante comune tra queste canzoni rimane l’aleggiare persistente della voce amorfa della Gerrard, che si contorce sicura e diventa indistinguibile dal resto della melodia. In Kiko, a fare da contraltare troviamo assoli di liuto arabo veloci e fluidi come rivoli pieni di anse, e alla fine persino la moderna chitarra riesce a parlare perfettamente la lingua antica che sostiene l’intera canzone.

Lisa Gerrard e Brendan Perry

La lirica del duo si rivolge all'evoluzione umana proprio come il nostro codice genetico è intriso di antica memoria che celebra la natura e l'eredità della generazione di Woodstock. "Amnesia" intreccia temi sociali nella ricerca una qualche la verità, per continuare a non ripetere gli stessi errori, e sul modo in cui i nostri ricordi formano la nostra essenza. I Greci facevano riferimento alla memoria come la più grande e mistica musa ispiratrice. "Opium" è più nichilista, quello stato mentale visionario ed irrazionale, come una forma di depressione che ci ammanetta, si tratti di dipendenza o di pure circostanze. Il non essere in grado di scegliere una strada, perchè tutte sembrano condurre da nessuna parte.

"Return of the She-King" si impone maestosa prima della fine dell’album, in tutta la sua forza che la rende una realistica canzone d’insediamento per un’esotica regina-dea. Incentrata su un tema che rimanda ad un’antica ballata celtica, la canzone sconfina ben presto in qualcosa di più intenso, con evidenti suggestioni tribali, ed è l’unica in cui Lisa Gerrard e Brendan Perry duettano, la prima nella costruzione di uno stupefacente mosaico di ieraticità, quasi il canto di un’assira Ishtar, il secondo che scompone il suo linguaggio e si offre ai vocalizzi della dea.

"All In Good Time" è un epilogo positivo, che cavalca il vecchio detto popolare: "le cose buone arrivano per chi sa aspettare"; con l'età e l'esperienza, riconosciamo il vantaggio di non aspettarsi che tutto arrivi e accada in una sola volta.

La musica e la ricerca diventano sia inconsapevolmente che consapevolmente parte di un nuovo progetto, e per questo album, si resta affascinati dagli elementi classici immutabili della cultura greca, la profondità della loro musica e il loro amore per il canto, più fragile in Occidente. Il modo in cui si possono combinanare la filosofia, la scienza, e le melodie sentimentali. Amo l'influenza orientale che deriva dall'essere un crocevia tra est e ovest, il mosaico caleidoscopico di queste culture fuse tra loro, mentre più ad ovest si va e più assistiamo ad una società monoculturale.

Anche la scelte armoniche suggeriscono ciò che la musica dovrebbe essere.

Nel frattempo Lisa Gerrard e Brendan Perry hanno parallelamente lavorato ai rispettivi progetti come solisti. Il duo si è sciolto nel 1998, con due reunion per il tour mondiale nel 2005 e in seguito nel 2011 per Anastasis e relativo tour mondiale. Ma qualcosa li unisce ancora: un legame di profonda amicizia ed una empatia musicale indissolubile. Così è nato "Anastasis", l'album che ha segnato il più alto picco creativo ed emozionale dei DCD.