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Un'allucinazione controversa delle metafore rock. Inquieto e ossuto signore, gentile e dallo sguardo che ogni tanto si blocca come a fermare chissà quale oscura premonizione. Peter Hammill, frontman dei Van Der Graaf Generator, è crocevia di antitesi ben espressa in ogni aspetto della sua arte. Una voce che sa essere angelica al limite del femmineo e violentemente demoniaca, una scrittura che accarezza le note per far precipitare in un frammento di secondo in un abisso tremendo.

Quella di Peter Hammill è una storia in musica e un viaggio umano lungo 47 anni.Da considerare non solo la produzione ufficiale ma anche l'immenso numero di bootleg, documenti inediti e collaborazioni. Storia e culto che certo, un giorno, non lontano, sarà leggenda.
Hammill riceve tributi di ogni tipo, dal Times alle più importanti testate giornalistiche inglesi, in qualità di “tesoro nazionale”. Ma è tutto il mondo musicale a riscoprirlo d'improvviso.

Riceve per i Progressive Music Awards il premio/titolo di “artista visionario” che gli viene consegnato, e non è un caso, da Mikael Akerfeldt degli Opeth. Purtroppo persino gli spettacoli dei tour mondiali di Lady Gaga vengono aperti dalla sua musica e dei VDGG, che esplodono col loro tour più ambizioso dal 1976 in poi, quell'“A Plague Tour”.

La progressione artistica e qualitativa di Hammill sembra non aver conosciuto ostacolo dalla parentesi acustica di "Clutch" (2002) in poi. Dopo il ripiego creativo attorno a una canzone d'autore "colta" degli anni 90 seguito a "Fireships", che ci aveva regalato solo una discreta manciata di brani di autentico rilievo e un live splendido come "Typical", l'artista britannico è autenticamente rinato.

La criptica, estrema lentezza, la grande passionalità, la colorazione armonica al limite dell'inafferrabile e il dono della sintesi sono sue caratteristiche, assieme all'estrema prossimità all'ascolto della scarna strumentazione e dell'autorevolissima voce.

Un autentico monumento vivente al cantautorato d'avanguardia privo di manicheismi e luoghi comuni. Una eredità di melodie epiche, che incapsula il valore musicale in una profonda ricerca armonica, emotiva, strutturale, sonora e di mixing. Perfetto con un buon bicchiere ad annebbiare i sensi e la cognizione del tempo, ma anche come ottima alternativa a psicotropi e vampiri contemporanei, eterni "nemici delle alte visioni!"

Un artista divertente e loquace Hammill, quanto barricato nel proprio mondo, accessibile a nessuno se non a sé stesso. Con "Vision" siamo di fronte a uno dei riconosciuti capolavori del progressive rock, opera di uno dei suoi maggiori rappresentanti e della sua storica band. Da "Vision", antology omonima (1978).